13 marzo 2017

Addio Milan! (vol. 3)



Addio Milan! ha sentito in esclusiva i presunti responsabili degli atti vandalici all'Amphitheatrum Flavium di Iulia Augusta Taurinorum occorsi il 10 marzo 2017, al termine della partita tra Juventus e AC Milan.
De Sciglio: "Da quando ho spaccato tutto là dentro, mi sento un leone".
Bertolacci: "Volevo sganciare un lampadario per fracassarlo, ma ho preso la scossa e poi, cadendo dalla sedia,  mi sono procurato una lesione al muscolo bicipite femorale della gamba sinistra".
Vangioni: "Per evitare che qualcuno si accorgesse di qualcosa, ho messo su un tango di Astor Piazzolla".
Locatelli: "Mi veniva da piangere. Era la prima volta in vita mia che sfasciavo un armadietto".
Bacca: "Io facevo il palo".
Montella: "Chiedo scusa a nome di tutta la squadra. Potevamo fare di più, ma non c'è stato il tempo".
Donnarumma: "Perché guardate me?"

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3 marzo 2017

"Pronto, dottor Montella?"
"Sì?"
"Buonasera!"
"Chi parla?"
"Sono Yonghong Li, piacere"
"Chi?"
"Li Yonghong, non ci conosciamo, ma abbiamo sentito ambedue parlare di me ultimamente, almeno credo sia capitato anche a lei"
"Ah, vero! Lei è il futuro presidente!"
"Ma no, ma no ..."
"Allora, quando venite a trovarmi? Ho bisogno di parlare con lei, ma anche con Fassone e Mirabelli, mi servono giocatori per il prossimo ..."
"Fassone? Sì sì, mi lasci finire. Senta, non è che lei riesce fissarmi un appuntamento con qualcuno dell'AC Fininvest-Mediaset? Hanno addirittura fatto credere che io non risponda al telefono quando chiama tale Fassone, non so nemmeno chi sia e perché mi cerca. L'ho capito poi solo facendo delle ricerche su Google (le ha fatte mio figlio in realtà, io non ne sarei capace), quindi volevo chiarire la mia posizione. Visto che però non riesco a parlare con nessuno, mi rivolgo a lei, che è il capo della squadra, il caposquadra, l'allenatore, non so come si dica esattamente perché non capisco nulla di calcio".
"Aspetti che le passo il dottor Galliani. Come? Mi dicono che è il giorno del silenzio e non vuole parlare con nessuno. Dica pure a me, poi riferisco".
"Ecco, insomma. Io non sono interessato al Milan. Ho solo regalato a mio figlio un abbonamento a Mediaset Premium pacchetto calcio, lui è appassionato, dice di tifare per tale FC Ambrosiana-Suning, una roba italo-cinese insomma, come le ho detto non sono esperto in materia. Poi però mi hanno bloccato il conto perché non avrei rispettato le norme anti-riciclaggio (mio fratello da Hong Kong aveva bonificato 250 euro) e quindi non posso pagare da qualche mese e quelli hanno disattivato la tessera o roba del genere. Volevo rivolgermi direttamente alla ditta per sapere come posso fare, non so, portare una caparra, anche due, un anticipo insomma, poi quando ho risolto i problemi con la banca torniamo ai versamenti mensili automatici".

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Metà aprile 2017.

Montella è convocato in sede dal nuovo presidente.
Anzi, non in sede, ma nel privé di un famoso locale notturno.
L’incontro è fissato per le ore 7.30 del mattino.
“Prego, prego, signor Montella, si accomodi”.
Il nuovo presidente del Milan è incappucciato. Sono incappucciati anche i due che gli sono seduti a fianco.
“Dottor Montella …”
Montella, per un istante, pensa che i due seduti a fianco del presidente siano Fassone e Mirabelli.
“Ehm, dottor Montella …”, continua il Presidente.
“Dica, presidente”.
“Dottor Montella, le cose vanno male”.
“Come? In che senso? Presidente, siamo quinti in classifica. A due punti da …”
“ Sì, sì, questo è il problema. Possiamo qualificarci per l'Europa League. Male, molto male”.
“Ma come …”
“Dottor Montella, lei è troppo bravo per noi. Se ci porta in Europa, ci fa perdere un sacco di soldi. E già ne abbiamo spesi, per acquisire il club”.
“Ma andare in Europa League è …”
“Dottor Montella!!! Mi lasci finire. Lei è troppo bravo per non capire cosa le sto chiedendo”.
“Veramente è difficile capire".
“Dottor Montella, se andiamo in Europa League l’Uefa ci multa. Multe molto salate. Un colpo all’immagine. Inoltre, dottore, se andiamo in Europa … Lei mi capisce. Il mercato …”
“Eh, magari …”
“Dottor Montella! Non mi interrompa. Nelle prossime partite Donnarumma, Romagnoli, Suso, Locatelli, De Sciglio non devono giocare. Le dobbiamo perdere. Tutte. Dobbiamo scendere il più possibile in classifica. Faccia in modo che risultino tutti infortunati”.
“Mi spiace. E’ impossibile. I ragazzi hanno una dignità. E anch’io”.
“Signor Montella, lei sta lavorando contro gli interessi della società”
“Ma ho raccolto ottimi risultati, e valorizzato parecchi giocatori, non è vero!”.
“Dottor Montella, il valore di mercato di quei giocatori è ora al massimo. Non devono giocare più. Si deve capire che, senza di loro, la squadra fa pena. E’ l’unico modo per alzarne ancora la quotazione e poi cederli con massimo profitto nel mercato estivo”.
“No!!! Non fatelo!!!”
“Dottor Montella, farà quel che le ho appena chiesto?”
“Nooo! Mai!”
“Dottor Montella, lei è licenziato”.
I due incappucciati accompagnano il signor Montella fuori dal locale, con modi brutali e violenti.
Allora non erano Mirabelli e Fassone, pensò Vincenzo Montella.
Dentro, regnava il silenzio. Il presidente fece un gesto verso un armadio a muro. 
Si aprirono le ante, e ne uscì Christian Brocchi.

9 marzo 2017

La grande imbarçata

Fettine di Coppa: ottavi di CL (ritorno, prima settimana)

"Non ti scorderò facilmente, mio Ney!"
Quando si alza dalla panchina ad applaudire la punizione di Neymar che sigilla l'inutile 4-1, Luis Enrique ha la compostezza di una ricca proprietaria terriera inglese che su un campo periferico di Wimbledon sottolinea la perfezione di una volée di rovescio; non ci crede più, accetta serenamente la più classica delle vittorie effimere, bella ma incompiuta. Con l'aria da fine impero che avvolge il Barça, e Messi, ieri sera esangue e spuntato, che continua a non ricevere una telefonata milionaria forse già arrivata da altre utenze telefoniche non catalane.

Il PSG, per un'ora schiacciato nella propria metà campo da un Barcellona impreciso nelle verticalizzazioni ma cannibalesco nel possesso palla, ha sprecato con Cavani e Di Maria la palla del 2-3, ma nessuno può immaginare che un tornado sta per sovvertire ogni logica, ogni regola statistica: prima il generoso rigore fischiato su Suarez e gelidamente trasformato da Neymar, e poi la spaccata di esterno di Sergi Roberto, solo in area sul filtrante del gigantesco brasiliano: la rete si gonfia, un occhio al guardalinee per scongiurare il terrore del fuorigioco e Camp Nou impazzisce, nella più folle delle notti. Sei a uno, il risultato previsto da Lucho Enrique, che sorprende all'inizio con un 3-3-1-3 da tesi alla scuola allenatori di Coverciano su Glerean. Le prime tre reti arrivano un po' così, senza la nitidezza stordente di certe trame blaugrana: una mischia risolta da Suarez su uscita sciagurata di Trapp, un'autorete di Kurzawa su tacco inconcepibile di Iniesta, un rigore di Messi prima negato, poi concesso su intercessione del quarto uomo.

L'illusionista (2-0)

La stangata di Cavani, che quest'anno viaggia a medie siderali, sembra mandare tutti a casa. Ma sta per compiersi quello che sembra impossibile, e che forse solo lì poteva accadere, nello stadio dove da anni hanno il privilegio (storico) di veder giocare uno dei più grandi di sempre: oscurato nella bolgia da Neymar, immenso. Ha vinto ancora il tiki-taka, che sembra un calcio superato, fuori tempo massimo. Ma quando il tempo sembra finito, c'è sempre un recupero da giocare, per far saltare il banco e prolungare la grande bellezza.

Dejan

Con la maglia delle Merengues a Camp Nou
Un segno del destino

23 febbraio 2017

Gli scozzesi snobbano la Champions e hanno le loro buone ragioni

Fettine di Coppa: ottavi di CL (andata, seconda settimana)

Quelo che ha appena calciato somiglia vagamente ad Harry Kane.
Ma è Andrew Shinnie, nativo di Aberdeen, centrocampista
che presta la sua opera agli Hibs, sebbene sia
di proprietà del Birningham City.
Parecchia gente, a Edimburgo, ha snobbato ieri gli ottavi di Champions e trascorso la serata non davanti alla tivù ma a Easter Road. Che è poi lo stadio dell'Hibernian Football Club, fondato nel 1875 e, qui, di casa dal 1893. Beh, era una serata speciale, una serata di coppa anche per loro; una coppa giunta, come la Champions, agli ottavi di finale: la Scottish Cup, che si disputa dal 1873, dunque una competizione seconda, per longevità, solo alla più prestigiosa Challenge Cup (FA Cup vulgariter) d'Inghilterra. A rendere ancora più speciale la serata, per la gente di Edimburgo, c'era che il passaggio ai quarti se lo contendevano le due squadre cittadine. Gli Hibs, appunto, che ne sono (incredibilmente, va da sé) i detentori, e gli Hearts (Heart of Midlothian Football Club), in un replay, fra l'altro, a campi invertiti. Un derby che si è disputato ormai quasi trecento volte. Ma una sfida tra club appartenenti a categorie diverse, perché gli Hibs militano da un paio d'anni in Championship, mentre gli Hearts galleggiano dignitosamente, alle spalle delle solite grandi di Scozia, nella Premier League. Bene: hanno vinto gli Hibs, senza discussioni, tre a uno, e i loro fans avranno senz'altro pensato che ne valeva la pena, eccome, di ignorare il Leicester e pure la Juve, alle prese con palloni che, probabilmente, non considerano più importanti dei loro.

Il nuovo idolo del Mestalla:
 è già adorato dai compagni di squadra
In Spagna invece la coppa non la snobbano, anzi diciamo che sono soprattutto i network televisivi a non volerselo permettere, e infatti il recupero del Mestalla tra Valencia e Real Merengues si è giocato nel tardo pomeriggio, consentendo a tutti di vedere tutto, anche la partita del Sevilla e quella del Porto. Ai Blancos è andata malissimo, perché - incassando una sconfitta - ora è possibile che il Barça si rianimi, si riaccenda, si ricompatti. Sulla carta, il distacco tra le due può essere di quattro punti (il Real ha ancora un match da recuperare: il suo ritardo è dovuto alle amichevoli giocate in Giappone  a metà dicembre e 'spacciate' per coppa del mondo riservata alle squadre di club), ma in classifica, per ora, è rimasto di un punto. E anche l'Atleti può ripensare alla Liga con qualche minimo appetito, sicché la sfida del week-end tra Colchoneros e Azulgrana, al Manzanarre, si prospetta davvero bollente. A illustrare la tarde valenciana, una prodezza di Zaza, che non sarà mai un attaccante normale. Mai giocate banali le sue: nel bene, e nel male. Decisive (nel bene e nel male) in partite spesso importanti.

Torniamo alla Champions. Non c'era grande speranza di vedere bel calcio, nelle sfide di andata in cartellone a Siviglia e Oporto. E infatti ci si è divertiti pochissimo. Le Foxes hanno tenuto botta in maniera onorevole, senza neppure organizzare quel gran catenaccio, uscendo più che vive dal Sánchez Pizjuán, ma gli uomini di Sampaoli hanno giocato un match davvero confuso e deludente. Il leggendario Vardy ha fatto in tempo a scrivere il suo nome nella storia della competizione, l'ex sampdoriano Correa ha preteso di calciare un penalty che si era procurato e come spesso capita in questi casi l'ha telefonato a Schmeichel. Jovetic l'ha poi messo in condizioni di redimersi, ed era il due a zero. Ma poi, appunto, Vardy ha permesso alla gente di Leicester di sciamare cantando per le strade di Sevilla, e quella che si giocherà in Inghilterra è una delle poche partite di possibile significato agonistico tra quelle in tabellone per il ritorno degli ottavi.

"Bel numero, Jojo, ma non siamo al circo", fa notare Wes Morgan

Nostra Signora, dal canto suo, ha espugnato il Dragão con facilità irrisoria. Prestazione tuttavia non giudicabile, poiché la superiorità numerica goduta per due terzi di partita non esalta più di tanto il risultato e una qualificazione che pareva già sulla carta agevole e che, ora, è palesemente scontata. Ai lusitani era lecito credere di poter impantanare gli avversari, usando astuzie tattiche, accortezza difensiva, palleggio lento. Ma occorrono appunto giocatori astuti, e il povero Alex Telles certamente appartiene a un'altra categoria. Cos'altro dire? Nulla. Anzi, sì. La regìa ha più volte inquadrato bella gente in tribuna, gente che non paga mai il biglietto. Cercando di immortalare così la serata di Leonardo Bonucci, escluso per aver commesso nefandezze che nessuno realmente ha capito o conosce, con eccezione di lui medesimo e del suo (ancora per poco) allenatore. Una sfinge. Lo si è visto arrivare con una bandiera del Porto, forse acquistata al mercatino fuori dello stadio (se c'è); poi lo si è visto cambiare di posto, e piazzarsi su uno sgabellone modello bar da stazione ferroviaria o aeroportuale; poi lo si è visto in piedi (sempre lì, ma qualcuno gli ha sottratto lo sgabello), poi parlottante con Nedved. Senza mai cambiare espressione. Un'espressione da animo incupito e irritato più che in preda a malinconia e pentimento. 

Momenti tristi

Il bello, tutto il bello del gioco (errori compresi) si è visto nella partita di martedì all'Etihad (mentre a Leverkusen l'Atletico ha facilmente domato un dimesso Bayer, ma senza incantare). Una giostra infernale, una partita tirata a ritmi che raramente si vedono. Il Pep l'ha sfangata, i suoi hanno confezionato una bella rimonta sul Monaco (dove tirano calci al pallone giovani pedatori di formidabile talento). Sta provando a giocarsi d'azzardo quel che resta della stagione con Yaya davanti alla perforabilissima difesa, e davanti a lui Silva e De Bruyne (centrocampisti offensivi, se mai ce ne sono due autenticamente definibili come tali), e sulla loro linea, larghissimi, Sterling e Sané. Colpisce l'inversione di posizione tra questi ultimi due, normalmente abituati a giocare sulla fascia opposta (Sterling a sinistra e Sané a destra). S'inizia forse la tendenza a invertire il trend degli esterni invertiti: sicché i medesimi vanno più in verticale, puntando il fondo piuttosto che accentrarsi rientrando sul piede preferito. Tre gol dei Citizens sono arrivati da lunghe fughe esterne (una di Sterling e una di Sané) e rapidissimi scambi centrali; due volte gli Sky blues sono andati in porta col pallone. 

Mai una squadra di Guardiola ha giocato alla velocità del City di quest'anno. I ritmi alti del gioco sono nota e riconosciuta (e apprezzata) prerogativa della Premier League; a modo suo, Pep vi si sta adattando, e c'è da credere che, se l'esperienza proseguirà, lascerà segni di grande bellezza.


Mans